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Ragazzo. Storia di una vecchiaia
“Ragazzo. Storia di una vecchiaia” di Massimo Fini, Marsilio (collana “nodi”), Venezia 2007, ppgg. 111 € 13;00

Massimo Fini è uno di quei cosiddetti “battitori liberi” che stonano nel coro della cultura omologata e i cui libri, scritti con stile chiaro, secco, non mellifluo ma piacevole, presentano contenuti e riflessioni magari non sempre condivisibili in toto, ma che comunque val sempre la pena leggere per i tanti spunti di analisi e di riflessione che ci offrono. Questo “Ragazzo. Storia di una vecchiaia” non fa eccezione, andando ad arricchire, quantitativamente, ma soprattutto qualitativamente, la già ricca pubblicistica dello scrittore milanese, dopo i recenti “Sudditi. Manifesto contro la democrazia” (2004), “Massimo Fini è Cyrano. Contro tutti i luoghi comuni” (2005) e “Il ribelle. Dalla A alla Z” (2006).

La sua ultima fatica è un libro apparentemente sulla vecchiaia, ma che, per riflesso, è al contempo anche un libro sulla giovinezza.

Massimo Fini affronta il tema della vecchiaia trattando in maniera cruda e spietata, ma con onestà, senza infingimenti ed ipocrisie tipiche della post modernità (basti pensare alla tendenza vana d’ingannare la realtà spostando sempre più in là la vecchiaia, chiamandola anche terza o quarta età…), con tutta la sua terribile condizione nell’attualità, dove il vecchio, anche in virtù di un periodo di apprendimento non più nozionistico, ma di continua “evoluzione”, di innovazione tecnologica e quindi aggiornamento incessante, ha perso quel suo ruolo di riferimento all’interno della famiglia in qualità di saggio, di detentore del sapere. Nella nostra società il vecchio sembra non avere più senso né prestigio, è divenuto un derelitto in solitudine. La sua è una condizione che si accetta solo nella misura in cui essa stessa si nega come tale, con la continua rincorsa di atteggiamenti ed attività improprie a tale periodo dell’esistenza (vedi i “supergiovani”, gli ever green).

Una vecchiaia considerata nel suo aspetto drammatico non solo legato alla decadenza fisica, ma anche alla consapevolezza dell’implacabile esaurirsi del tempo disponibile per un progetto di vita, esistenziale, sentimentale o anche lavorativo e professionale.

Una vecchiaia vista anche nell’ottica consumistica per cui in una società in cui le aspettative di vita sono costantemente in aumento e la fascia degli anziani si va allargando sempre più, anche i vecchi rappresentano un segmento di mercato di crescente e sicuro interesse
Il libro, non privo di momenti di assoluta tristezza, non parla comunque solo di vecchiaia, come abbiamo sopra accennato, tanto è che nella sua prima parte l’autore racconta della giovinezza nella sua concezione di età della vita piena, inneggiandola quasi, proponendo una serie di ricordi, si situazioni, di episodi, ma anche di sensazioni (quasi a rivivere certi sapori, certi colori ed odori) che servono comunque a far comprendere le differenze profondissime ed ineludibili che ci sono tra queste 2 fasi dell’esistenza.

Un momento naturale della nostra vita terrena, uno dei nuclei tragici dell’esistenza (come veniva chiamato dai filosofi), da ripensare ed affrontare con serenità, consapevolezza, senza illusioni infantili, che qui Fini ha esplorato con la profondità e l’acutezza che gli sono proprie, passando dal ’68 (come primo momento storico collettivo di rifiuto di abbandonare lo status giovanile) al salvavita Beghelli (preso invece come simbolo paradossale della solitudine del vecchio oggi).

Il tempo è il re dell’uomo. È inutile ammazzare il tempo, è il tempo che ammazza noi.
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